Cure palliative e morte medicalmente assistita:
la storia offre alle cure palliative italiane un’occasione unica per delineare percorsi di cura basati sull’evidenza clinica

Palliative care and medically assisted death: history offers Italian palliative care a unique opportunity to develop care pathways based on clinical evidence

CLAUDIA GAMONDI1, MARCO GAMBIRASIO2

1Professore ordinario e Primario, Service de Soins Palliatifs et de Support, CHUV–Université de Lausanne, Svizzera; 2Medico e Primario, Service de Soins Palliatifs CHU Rouen, Francia.

Pervenuto il 1 giugno 2026

Gentile Editore,

Le scriviamo come medici palliativisti italiani che da molti anni esercitano in due Paesi europei profondamente confrontati, seppure in modi differenti, con il tema della morte medicalmente assistita: la Svizzera e la Francia.

Una di noi lavora dal 1999 in un contesto clinico in cui il suicidio assistito rappresenta una realtà consolidata della pratica delle cure di fine vita e dirige oggi un servizio universitario di cure palliative e di supporto presso uno dei tre ospedali universitari svizzeri che consentono il suicidio assistito al proprio interno. Ciò significa che le équipe di cure palliative di questi centri – incluso il nostro – si confrontano regolarmente con pazienti che contemplano, richiedono o accedono a tale pratica, accompagnando al contempo famiglie e professionisti attraverso percorsi clinicamente ed emotivamente complessi.

L’altro esercita in Francia, dove, dopo un lungo e spesso polarizzato confronto politico, professionale e societario, è stata recentemente approvata la legge relativa al diritto all’aiuto a morire. Il dibattito francese entra quindi oggi in una fase nuova e forse ancora più complessa: quella della traduzione della norma in percorsi clinici, organizzativi e professionali capaci di garantire qualità, equità e continuità della cura.

Scriviamo dunque da prospettive diverse ma complementari, accomunate da una stessa convinzione: quando una società si confronta con questioni tanto delicate, la medicina palliativa non può permettersi né semplificazioni né polarizzazioni. Al contrario, proprio la complessità di tali situazioni richiede profondità clinica, maturità professionale e la capacità di apprendere criticamente dalle esperienze già maturate altrove.

Come italiani di origine, formazione medica e appartenenza culturale, abbiamo seguito con particolare attenzione il dibattito recentemente apertosi nel nostro Paese sul ruolo delle cure palliative nei percorsi di morte medicalmente assistita. Un dibattito che riteniamo non solo legittimo, ma necessario e inevitabile. In Italia, la Corte Costituzionale si è già pronunciata e alcuni casi di suicidio medicalmente assistito sono già avvenuti. Questa realtà, dunque, è già presente nel panorama clinico e societario italiano. La questione non sembra più essere se confrontarsi con essa, ma come farlo: con quale maturità clinica, quale profondità etica e quale capacità di apprendere dai benefici e dalle criticità osservati nei modelli già implementati in altri Paesi.

È forse proprio qui che si colloca l’occasione storica oggi davanti alle cure palliative italiane: contribuire non soltanto al dibattito teorico, ma alla costruzione di modelli assistenziali clinicamente robusti e basati sulle evidenze internazionali esistenti, relazionalmente affidabili e coerenti con la cultura sanitaria e sociale del Paese.

In questo senso, ci sembra importante evitare alcune semplificazioni che rischierebbero di impoverire la riflessione e, soprattutto, di non rendere giustizia alla complessità dell’esperienza vissuta dai pazienti.

Una prima semplificazione riguarda l’idea – ancora largamente diffusa – che la richiesta di morte medicalmente assistita rappresenti indiscutibilmente il fallimento delle cure palliative.

Le migliori evidenze internazionali oggi disponibili suggeriscono un quadro assai più articolato. Nei Paesi in cui la morte assistita è regolamentata da anni, una quota rilevante delle persone che formula tali richieste riceve già cure palliative specialistiche, spesso da tempo e in contesti altamente competenti. I dati provenienti da sistemi consolidati mostrano con una certa coerenza che tali richieste emergono frequentemente non in assenza di cure palliative, ma anche nel contesto di una presa in carico palliativa competente e continuativa. In questi stessi sistemi, una quota rilevante delle persone che accede alla morte assistita ha ricevuto cure palliative.

Naturalmente, ciò non significa negare che, in alcune situazioni, un accesso tardivo o insufficiente alle cure palliative possa contribuire ad alimentare sofferenze evitabili, senso di disperazione o vissuti di abbandono. Né significa ridimensionare il ruolo fondamentale della medicina palliativa nel controllo sintomatologico, nel sostegno esistenziale e nella co-costruzione di una migliore qualità di vita. Significa però riconoscere con onestà clinica e intellettuale che la relazione tra sofferenza, desiderio di morte e richiesta di morte medicalmente assistita è raramente lineare.

Le evidenze disponibili e l’esperienza clinica suggeriscono che tali domande non possano essere interpretate esclusivamente come espressione di sintomi fisici refrattari o di bisogni clinici non adeguatamente trattati. La letteratura internazionale e la pratica clinica convergono piuttosto nel descrivere una costellazione multidimensionale di fattori: perdita di autonomia, paura della dipendenza, alterazione dell’identità personale, sofferenza esistenziale, senso di perdita di dignità, preoccupazioni relazionali e sociali, bisogno di controllo sul proprio morire.

Per alcune persone, in particolare, il desiderio di anticipare la morte si intreccia profondamente a una particolare visione di sé e della propria esistenza. È radicato nella loro biografia individuale, un sistema intrecciato di vissuti e valori (tra cui l’autonomia) che risultano imprescrutabili se si sceglie di analizzarli unicamente attraverso una lente sintomatologica o organizzativa. È soprattutto intorno alla questione di senso che ruotano i dilemmi e le incertezze di queste persone, tra l’altro indissociabili da quelli dei loro entourage.

Riconoscere questa complessità non equivale ad aderire acriticamente alla morte medicalmente assistita, né a relativizzare il ruolo delle cure palliative. Significa piuttosto assumere fino in fondo la responsabilità clinica di comprendere ciò che i pazienti esprimono, anche quando tali domande interrogano profondamente professionisti, istituzioni e sistemi di cura.

Una seconda riflessione, forse ancor più rilevante per la medicina palliativa, riguarda il tema della continuità di cura.

Le persone che contemplano o richiedono una morte medicalmente assistita attraversano frequentemente una fase particolarmente delicata del percorso di malattia, sul piano clinico, relazionale ed esistenziale. È proprio in questo tempo che la relazione costruita con i professionisti curanti diventa particolarmente preziosa. La fiducia, il senso di continuità, la possibilità di sentirsi accompagnati senza essere lasciati soli nei momenti di maggiore ambivalenza e sofferenza costituiscono il cuore stesso della medicina di per se e della pratica palliativa.

Le esperienze internazionali invitano in questo senso a riflettere attentamente sulle conseguenze cliniche e relazionali di modelli organizzativi che possano produrre cesure nei percorsi assistenziali proprio nelle fasi più delicate della malattia e della decisione sul come morire. La letteratura qualitativa disponibile suggerisce come frammentazioni del percorso, trasferimenti forzati, interruzioni della relazione terapeutica o separazioni rigide tra ambiti di cura possano generare ulteriore sofferenza, disorientamento per pazienti e familiari, perdita di fiducia nei confronti delle istituzioni curanti e vissuti di isolamento e stigmatizzazione difficili da ricomporre. Il rischio, altrimenti, è quello di chiedere implicitamente ai pazienti e alle loro famiglie di scegliere tra modelli di accompagnamento, come se il bisogno di cure palliative e il bisogno di essere sostenuti in domande difficili potessero appartenere a percorsi separati.

Proprio le situazioni più complesse sembrano invece richiedere il contrario: continuità, integrazione e presenza clinica.

Non intendiamo ignorare la pluralità delle posizioni morali e professionali che inevitabilmente continueranno a esistere all’interno di società pluralistiche. Né tantomeno banalizzare il disagio etico che questo tema comporta per molti professionisti. Riteniamo tuttavia necessario interrogarsi concretamente su come garantire qualità della cura, continuità relazionale e sostegno competente lungo tutto il percorso di malattia, anche quando emergano domande che interpellano profondamente i valori personali dei curanti.

In diversi contesti internazionali, il dibattito professionale sembra oggi progressivamente spostarsi da contrapposizioni prevalentemente identitarie verso interrogativi più pragmatici: come sostenere pazienti e famiglie? Come supportare i professionisti? Come prevenire moral distress, frammentazioni della cura e pratiche disomogenee? Come costruire raccomandazioni cliniche, percorsi formativi e modelli di governance organizzativa capaci di accompagnare questa complessità?

Le esperienze maturate in altri Paesi suggeriscono inoltre prudenza rispetto all’idea che una cornice normativa possa, da sola, risolvere tali questioni. Quando una legge esiste, la qualità della sua implementazione diventa centrale: sistemi di monitoraggio, raccolta dati, valutazione degli esiti clinici, supporto ai professionisti, revisione continua dei modelli organizzativi e capacità di correggere criticità emergenti rappresentano elementi indispensabili per accompagnare nel tempo la maturazione del sistema.

La medicina palliativa, del resto, non è e non deve diventare soltanto una filosofia della cura rigidamente orientata. È una disciplina clinica matura, capace di abitare la complessità, tollerare l’incertezza e confrontarsi con tensioni morali senza mai rinunciare alla relazione terapeutica. La sua forza storica è sempre stata quella di restare accanto alle persone proprio nei luoghi più difficili della sofferenza, senza arretrare di fronte alle domande più scomode.

La domanda che oggi si pone alle cure palliative italiane non sembra dunque essere se confrontarsi o meno con questa realtà – perché questa realtà è già presente – ma quale ruolo desiderino assumere nel contribuire a governarla clinicamente.

La storia offre raramente occasioni di questo tipo: quella di costruire un modello capace di integrare eccellenza clinica palliativa, pluralismo etico e continuità di cura, aprendosi con rigore alle lezioni offerte dalle esperienze internazionali senza rinunciare alla propria identità culturale e clinica. Un modello nel quale ogni persona possa equamente beneficiare di cure palliative eccellenti lungo tutto il percorso di malattia, indipendentemente dalle domande che emergeranno nel tempo e da come, infine, deciderà di morire.

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